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Succiso: il paesino nell’Appennino che vive di autosussistenza

Chiudete gli occhi e immaginate un luogo in cui il sogno diventa realtà. Un luogo in cui il senso di comunità è talmente radicato da trasformarsi in principio fondatore del vivere. Un luogo in cui l’amore per la propria terra e la solidarietà tra persone fa rinascere dalle ceneri ciò che ormai era dato per spacciato. Bene: questo luogo esiste davvero e si chiama Succiso.

Siamo a 980 metri sull’Appenino reggiano, a ben due ore da Reggio Emilia, alle porte del Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano nell’Alta Val d’Enza. A Succiso vivono 65 persone, la metà sono soci della prima cooperativa di comunità al mondo, diventata oggi un modello contro lo spopolamento studiato ovunque. Ognuno, per mantenere in vita il paese, dà una mano come e dove serve: in pratica, tutti fanno tutto.

Fino agli anni Settanta ci vivevano un migliaio di persone e le loro seimila pecore. Poi il borgo ha iniziato a spopolarsi: le case sono state abbandonate, le stalle chiuse una dopo l’altra. Presto è diventato un borgo fantasma. Una storia difficile quella di Succiso, morto e risorto almeno tre volte: prima nel 1920 dopo il terremoto, poi nel 1954 dopo una terribile frana, infine dopo la chiusura dell’unico bar, nel 1991.

Tutto è (ri)iniziato allora. Poco prima aveva abbassato la serranda anche l’ultima bottega. È a quel punto che nove ragazzi della pro-loco si sono rimboccati le maniche e hanno dato vita alla Cooperativa Valle dei Cavalieri. Sono andati prima dal notaio e poi in banca. Non s’era mai vista tanta gente insieme nell’unica filiale del Comune, per un solo conto. Il paese, il loro bene più prezioso, da quel momento è bene comune.

Hanno investito i loro soldi, hanno risistemato la vecchia scuola elementare del paese con le loro mani e poi il bar, fulcro di relazioni. Hanno riaperto una stalla con 270 pecore allevate allo stato brado nei 22 ettari di pascolo dell’azienda agricola e iniziato a produrre formaggi e ricotte, fondendo la ricetta tradizionale con quella perfezionata dall’Università di Modena, Reggio e Bologna e registrando il marchio Pecorino dell’Appennino reggiano: oggi vendono 60 quintali l’anno.

Hanno riacceso i forni (producono 20 chili di pane al giorno d’inverno e 80 d’estate), inaugurato una bottega di prodotti artigianali, poi aperto un ristorante e un agriturismo con 6 camere e 20 posti letto. C’è pure un piccolo centro benessere e una “scuola di montagna” per organizzare escursioni e insegnare ai giovani ad amare la natura.

Lo scopo era fin troppo chiaro: salvare Succiso dall’abbandono, fornendo servizi sociali e creando lavoro per gli abitanti. Non solo: aiutare anche a preservare le valli da frane e deforestazione, perché con la cura che garantiscono alla loro terra ogni giorno evitano la desertificazione di questo pezzo di Appennino, proteggendo e fortificando questo piccolo ecosistema.

Cooperazione, partecipazione, versatilità: la semplicità di un sistema così puro e però complesso è tutta qui. Ciascun abitante, che è anche socio lavoratore della cooperativa, svolge attività differenti durante la giornata: c’è chi al mattino accompagna i bambini a scuola con il pulmino (usato anche per trasportare provviste e medicinali), poi dà da mangiare alle pecore e la sera cucina al ristorante. Chi fa il pane e poi gestisce l’agriturismo e fa da guida agli escursionisti in mezzo ai boschi.

La cooperativa gestisce tutti i servizi pubblici e dà lavoro agli abitanti: il solo l’agriturismo, con 14mila presenza l’anno e 700mila euro di fatturato, impiega sette persone, più dodici stagionali. In 20 anni sono stati investiti circa 1,5 milioni di euro. La cooperativa è formata da 33 soci volontari, sette dipendenti fissi (oltre il 10% della popolazione) e altri stagionali, con uno stipendio di 1.000 euro al mese.

Succiso ce l’ha fatta ed è diventata anche meta turistica: 18mila persone l’anno, dicono i numeri. Sociologi ed economisti arrivano ogni anno da tutto il mondo per studiare questo caso che ha fatto scuola. Stati Uniti, Canada, Giappone, Corea, persino Swaziland: altri mondi, altre comunità, che vogliono carpire i segreti di questo piccolo modello perfetto di autosussistenza.

I suoi abitanti sono “produttori di beni comuni perché artigiani di una socialità che si nutre di economie e dà lavoro” ha spiegato uno dei suoi massimi studiosi, Giovanni Teneggi. “Succiso è anima guida di un’opportunità nuova. Le sue tappe di resistenza e sviluppo ci consegnano intuizioni, saperi e attrezzi con i quali riprodurre movimenti e accompagnare esperienze anche altrove”. L’esperienza della cooperazione di comunità consente di riscrivere i modelli di business necessari nei contesti più vulnerabili.

Comunitarismo puro: nella cooperativa di comunità l’associazione è volontaria e la proprietà comune. Il cittadino da utente del servizio diviene proprietario e coinvolto direttamente nella produzione del servizio. Qui si realizza davvero il welfare comunitario, e le singole azioni sono generatrici di contaminazioni di tutto il contesto attorno. Alla base di tutto questo, la fiducia. Lo riassume benissimo Teneggi: “Tenere aperta la comunità e conservare aspettativa di vita nei suoi abitanti riconsegnando loro i luoghi minimi di socialità, di incontro, di relazione. Fiducia è il prodotto tipico di origine non controllata in ogni impresa comunitaria”.


(Miriam Carraretto)

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