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La Redazione
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DALLARA GROUP, DALLE QUATTRO RUOTE ALLA VOLTA CELESTE

Il borgo di Varano de’ Melegari, visto dallo spazio, è solo un punto su una mappa, da identificare quasi esclusivamente sulla fiducia, fra le tante luci incastonate nel nostro pianeta: una semplice coordinata. Non si vede il verde andirivieni delle colline dell’Appennino, né il suo castello medievale e le altre bellezze storiche e architettoniche; non si vedono di certo i suoi abitanti, dei quali nemmeno si può cogliere l’opera e le giornate. Insomma, se entro i nostri confini è semplice conoscerne il nome, da lassù è impossibile cogliere l’aria che si respira, la vita che si conduce.

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Eppure un po’ di questo spirito ha varcato la soglia dell’atmosfera, per toccare quel vuoto pieno di elementi che ci fa camminare col naso per aria dall’alba dei tempi: e non una, ben due volte. L’ha fatto nel nome di una azienda storica, che proprio a Varano ha la sua più salda ancora; e nelle forme di un’eccellenza produttiva del tutto nostrana che si distingue quasi senza bisogno di presentazioni. Non un racconto di “fantascienza”: certo, di elementi mirabili ne ha, ma di finzione non c’è traccia. C’è però una dose determinante di scienza, e di spinta propulsiva alimentata da una tradizione e attitudine lavorativa costante negli anni, con uno sguardo che nel tempo è sempre stato volto “oltre”, al futuro, fra azzardi e successi.

Il progetto di Giampaolo Dallara

Un po’ di quel “futuro” ha lunghe radici. Lo anticipò già nel 1972 Giampaolo Dallara, quando a trentasei anni si affrancò da Lamborghini dov’era ingegnere progettista – c’è anche la sua tra le firme della storica Miura – scommettendo in un nuovo inizio: porre le fondamenta dell’omonima azienda, in quel centro fra Parma e La Spezia invisibile dallo spazio aperto. Una piccola realtà da subito improntata all’avanguardia, con la produzione di automobili da competizione d’alti standard qualitativi, e il desiderio di inserirsi nei principali circuiti di gara fino a essere eletto a istituzione. È una storia di successo: i progetti di Dallara cominciano in breve tempo a correre nei principali campionati automobilistici, passando poi anche per la Formula 1. Nell’IndyCar diviene negli anni fornitore esclusivo nella realizzazione dei telai e nell’assemblaggio: tant’è che proprio a Indianapolis, ben vicina al Motor Speedway, è sorta poco meno di dieci anni fa una nuova sede ingegneristica, destinata, in stretta sinergia con Varano, a un lavoro capillare nel campo della ricerca.

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Essere costanti nella ricerca

Ecco: la ricerca forse era già “imprinting” dalla posa della prima pietra aziendale. Nello slancio di completezza progettuale così come materiale, passo dopo passo l’azienda ha ulteriormente aguzzato la vista, riempiendo gli ampi margini del suo principale business fino a farne nuovi centri di competenze, e dunque polo di consulenze specializzate. Questa era, in fondo, la visione (e la scommessa vinta) del fondatore Dallara, che si conserva in continuità nello sguardo di Andrea Pontremoli, alla guida dell’azienda dal 2007: di origini parmensi, anch’egli fortemente legato al territorio, ha in quegli anni lasciato la guida dell’IBM per inseguire il sogno della velocità. Anche il suo, un sogno non disilluso: la crescita del gruppo Dallara è infatti continuata a ritmi serrati.

“Simulare” la guida

Nelle corse automobilistiche, l’esempio più particolare di questa eccellenza è il titanico simulatore professionale di guida, progettato per gli studi di dinamica del veicolo (un’indelebile memoria aziendale): è uno dei soli tre in tutto il mondo. “Simulazione” è quasi riduttivo, a dirsi: è una complessa procedura in grado di controllare, tramite modelli matematici, ogni fase di equilibratura di un intero veicolo, così “plasmato” secondo criteri di ottimizzazione che incidono sulle prestazioni e sull’affidabilità. Il pilota può fisicamente provare la propria auto da corsa in un ambiente controllato, conforme alla realtà fin nel più piccolo dettaglio: ad esempio, il telaio della vettura è il medesimo che guiderà su strada, e così anche i comandi, mentre i circuiti di gara sono riprodotti tramite scansioni laser altamente fedeli al reale. Ogni simulazione, ovviamente, è poi completata e verificata con le più classiche prove su asfalto, dove il brivido della velocità è una concretezza.

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I materiali compositi al centro dell’attenzione

E ancora, nello studio approfondito dei materiali, anch’esso di lungo corso, Dallara si conferma oggi fra i leader nei materiali compositi, perlopiù da fibre di carbonio: le strutture così realizzate, in combinazione con altri elementi progettuali, sono più leggere e resistenti di quelle prodotte in metallo; e sono ampiamente perfezionabili, quindi declinabili a diversi impieghi, compreso quello aeronautico. È un nuovo spazio di mercato che offre molteplici opportunità e che, al momentaneo culmine di un decennale percorso di investimenti mirati, porta il gruppo a vedere la curvatura della Terra “dal vivo”.

Dallara e la missione Rosetta

Il primo viaggio “fra le stelle” è con un trapano. Può sembrare curioso, ma è così. Correva l’anno 2004, e l’Agenzia Spaziale Italiana, quella Europea e la NASA si apprestavano a dare il via alla missione Rosetta, che prevedeva l’invio di una sonda e di un modulo per l’atterraggio sulla cometa 67P, transitata nei nostri cieli nell’agosto del 2014; a pochi mesi dal passaggio della scia, il modulo è atterrato sulla superficie del corpo celeste dopo ben dieci anni di viaggio, iniziando le operazioni di studio e di osservazione. Per favorire questa meticolosa raccolta di dati, Dallara ha contribuito, insieme al Politecnico di Milano, con la progettazione di un complesso trapano spaziale in carbonio – il cosiddetto sistema SD2 – che ha consentito una delle fasi più delicate della missione: l’estrazione e il campionamento di alcune porzioni di suolo, e la conseguente analisi, avvenuta direttamente sul luogo. Le operazioni sono state condotte con successo, e nel giro di pochi mesi i risultati sono stati trasmessi sulla Terra.

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Ancora nello spazio con Elon Musk

Quali siano state, invece, le componenti prodotte dall’azienda di Varano per la più recente corsa spaziale, è un segreto. Ma l’importanza dell’evento non è di minore portata, anzi è fra i più discussi dell’ultimo decennio. È uno dei primi lanci “privati” fuori dai confini terrestri dell’azienda SpaceX di Elon Musk: la missione “Crew Dragon”, grazie alla quale lo scorso maggio due astronauti hanno raggiunto la Stazione Spaziale Internazionale. Un progetto, quello proposto dal gruppo Dallara e scelto dall’azienda di Musk dopo un complesso iter di selezione, decisamente delicato e costato anni di studio e di messa a punto: una sfida da risolvere e superare che ha coinvolto nella progettazione sia la sede italiana del gruppo, sia quella americana, in stretto rapporto perché ogni fase fosse curata al dettaglio, ed eliminato ogni eventuale margine d’errore. Il successo della missione parla da sé, ma lo stesso Musk non ha voluto essere reticente: con una lettera che in breve tempo ha fatto il giro dei social, ha personalmente ringraziato il gruppo di Varano per la grande dedizione e l’impegno profusi nel programma, anche in considerazione delle difficoltà indotte dalla pandemia.

Una maschera da sub per la respirazione assistita

Anche a questo proposito, Dallara ha recentemente pensato a un contributo di pubblica utilità, oltre che di pubblico dominio, a riprova di quel concetto di scienza che tutto ha di concreto: insieme a Decathlon e all’Azienda Ospedaliera di Parma, la scorsa primavera, in piena fase emergenziale, il team di ingegneri ha pensato come adattare il noto modello di maschera da snorkeling dell’azienda francese a casco per la respirazione assistita e non invasiva. Le componenti utili all’utilizzo sono state progettate in modo da poter essere realizzate in breve tempo e con costi contenuti, anche con una comune stampante 3D: i disegni CAD e le istruzioni sono infatti facilmente reperibili in Rete.

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