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La Piola del Claudio: se quelle mura potessero parlare…

In osteria, come a casa, c’è sempre un sorriso per tutti

“Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta…” intonava Guccini nel lontanissimo 1974. Oggi, quell’atmosfera “sporca” ma immacolata, verace ma genuina, la si rivive ancora in luoghi magici senza tempo che puntellano qua e là l’Emilia. A meno di un chilometro dal casello di Modena Nord c’è La Piola delle Ortiche, antica stazione di posta e cambio cavalli datata 1752, che racchiude un pezzo di storia di queste terre.

“Ristorante” solo per esigenze di reperibilità, è sempre stata una locanda con annessa stazione di cambio cavalli, oltreché traghetto sul fiume Secchia. Senza tempo, autentica, la cucina e l’atmosfera della Piola sono quelle della civiltà contadina, dei carrettieri, degli scariolanti. Cucina povera, e quindi leggera, “dai profumi e sapori dimenticati” come scriveva il grande Zavattini.

L’osteria ha il pregio di farti sentire subito a casa: qui qualcuno ti sorride sempre, si beve del buon vino (rigorosamente della casa), e ci si ristora con i piatti freschi del giorno, non molti, ma tutti della tradizione, e di stagione.

Nascosto sotto il pergolato o nelle sale di legno, Claudio Camola, con i suoi 80 anni passati da un po’, è un inno alla giovinezza. Le sue parole ti avvolgono come miele, dolce e profumato, carico di ricordi indelebili. “La Piola è un’osteria di bassissimo rango adagiata sul fiume, lungo il confine del Ducato di Modena. Di là dal fiume c’era la Maria Luigia di Parma, che comandava anche su Reggio Emilia. Era un’osteria di confine, di carrettieri che levavano la ghiaia dal fiume, e un cambio cavalli perché nessuno voleva i cavalli degli altri, dicevan che portavan malattie. Era un postaccio infimo e malfamato” ci racconta l’oste, lasciandosi scappare ogni tanto qualche parola in dialetto.

Cucina povera, ma vera

La cucina modenese più conosciuta è quella “del maiale“, grassa e opulenta: cucina da contadini ricchi e da padroni, che rivive ancora sui piatti serviti oggi. Il menù, alla Piola del Claudio, è sempre uguale: due primi, due secondi e due contorni, che però cambiano tutti i giorni, sempre freschi. “Se facessimo anche solo tre primi e tre secondi non sarebbero freschi. Mia zia diceva sempre: ‘Neanche la Madonna di Medjugorje li può fare’”. Una volta una signora le chiese quale fosse la differenza tra un’osteria e un ristorante, e lei rispose secca: “L’osteria è quel locale dove i proprietari non si sono potuti permettere il freezer”. Sacrosanta verità.

Tra le specialità della casa ci sono la celebre pasta con le ortiche e la somara con polenta, tipico piatto povero specie di quelle osterie dei birocciai dove era impensabile mangiare cavallo, che era più spesso compagno di lavoro. E a chiudere, la torta ed furmintoun (torta di frumentone), dolce poverissimo inventato dai contadini a cui il padrone toglieva tutta la farina bianca, lasciando solo quella gialla.

La zia cuoca a Claudio gli ha lasciato tutto. “Era una donna semplice, di campagna, straordinaria, carismatica, l’ho adorata”. Aveva conosciuto grandi personaggi come Dino Campana: di lui diceva che era pazzo, si picchiava per un’ora con la sua donna, pazza anche lei, e poi correvano sui prati a far l’amore.

L’Hotel della Flanella, un tempo lussuosissimo bordello


Vicino alla piola sorge l’albergo, l’Hotel della Flanella, dal 1900 – e fino a quando è stato possibile – casa di tolleranza, una delle otto più lussuose di tutta Italia: erano 1200 in tutto, di tre categorie, ma queste otto erano oltre, erano case di rappresentanza per le grandi occasioni, per il podestà, il vescovo, le autorità. C’erano, e ci sono ancora, letti a baldacchino, statute, arazzi belgi del ‘700, gioielli, specchi lavorati a mano sospesi sui letti. Niente a che vedere con i casini delle maîtresse che accoglievano a frotte studenti e soldati vogliosi.

Vittorio Sgarbi ripete sempre che una cosa così non l’ha mai vista, è unica al mondo. A Claudio lui ha dato una grandissima mano a ristrutturarlo, assieme alla madre, “mia grandissima amica”: donna eccezionale la Rina, che spesso frequentava la piola con la famiglia, anche con il padre di Vittorio, “coltissimo, di una cultura silenziosa, tenuta nascosta, per sé”. Oggi, in quell’albergo che conserva geloso segreti intimissimi, non c’è niente di diverso, di aggiunto: legno, tappezzerie e il resto, è tutto originale.

Un progetto enorme, ambizioso, per ripristinarlo nella sua autenticità, coi muri in encausto che lavoravano i veneziani nelle chiese tanto tempo fa: le donne buttavano la cera, scaldavano i ferri contro la parete, che la cera la assorbivano, e poi gli uomini ci davano sopra il colore.

Poi, è arrivato il 20 settembre 1958. “Per la vergogna, dopo quel giorno i bordelli li han distrutti tutti: i vicini di casa non vedevano l’ora di raderli al suolo. Ma questo no. Ci ho messo vent’anni della mia vita per sistemarlo, e lasciarlo praticamente intatto”. Un’atmosfera elegantemente decadente, dannunziana, che invita al “dolce far niente” e alla “serena flanella”, nel bar liberty o nelle particolarissime camere.

Il Duce, Tognazzi e agli altri: storie d’amore e incontri fugaci

Albergo e piola parlano, raccontano di storie d’amore, incontri fugaci, grandi passioni, amicizie intramontabili. Convinto (e ovvio) sostenitore della riapertura delle case chiuse, craxiano fuori tempo massimo (“Ho ancora la foto di Bettino appesa in osteria”), Claudio passa in rassegna i grandi personaggi che erano soliti frequentare queste mura.

C’era il Duce, che in quelle segrete stanze si appartava con le sue amanti. Su Mussolini un famoso articolo di Montanelli raccontava, testuali parole, che “seguiva una selvaggia sarda nel zunna, che cinque giorni prima del suo arrivo non scendeva mai in sala”. Al che la zia, quella dell’osteria – l’altra faceva la maîtresse – commentava sempre: “Facevano come le lumache, la spurgavano nella segatura per un po’ di tempo…”.

Tra gli ospiti memorabili dell’albergo ci fu Tognazzi, che ci rimase per due mesi mentre girava La bambolona. “Personaggio incredibile Ugo, che mi ha lasciato anche un sonetto scritto, che però ora qualcuno, forse innamorato, mi ha portato via”, assieme a tutti gli altri messaggi d’amore appesi su un tabellone sottratto in malo modo.

La tradizione dei sonetti e il mitico Fragolone

Quella dei sonetti era ormai diventata una tradizione alla Piola… Aveva cominciato un certo Costanzo, professore di Napoli con dodici lauree “che in tv faceva l’origine delle parole”. A quei tempi, 45 anni fa, Claudio cucinava sempre l’asino. Il professore scrisse: “Non esser mio buon oste di cibo e vini avaro, dimentica le mie lauree e dammi del somaro”. Ma Tognazzi li superò tutti. “Quando venne mi chiese se avevo del Gutturnio o della Bonarda. ‘No, io c’ho il Fragolone’. E scrisse: “Questo vino non è di Fiorenzuola d’Arda, ma per lui rinunciai a Gutturnio e Bonarda. Leggesi Bonarda, non Bernarda”. Risate in sala.

Il Fragolone è il vino della casa: “È così speciale perché ha un 10% di uva dentro” ci spiega con grande precisione Claudio. I contadini un tempo, che ingurgitavano “un etto e mezzo di roba al giorno”, non avevano i succhi gastrici per poter digerire bene. Alla lunga, c’era solo un modo per non farli deperire: “Quando stavan male li seppellivano nudi fino al collo nella massa del letame, dietro le case”, che teneva 38 gradi tutto l’anno, perché la paglia fermentava insieme allo sterco della mucca. E li salvavano.

“C’era tanto da mangiare che ne han seppelliti nove nella massa” era diventato persino un modo di dire di uno ricco che si era sposato. Il Lambrusco, di fatto, aiutava a digerire i grassi. Adesso che di grassi ne abbiamo in abbondanza, bere un vino così acido sarebbe “come spegnere un incendio con la benzina”. Ecco allora che è nato il Fragolone, denso, rosso: “Il mio ha la prerogativa che la vigna è di fianco al fiume. Come tutti i fiumi anche qui il terreno intorno è basico, ecco perché questo ha un sapore diverso”.

Un locale, e una vita, legati a un nome: Enzo


L’hanno assaggiato tutti: Craxi, Fellini, Tondelli, Mike Bongiorno, Agnelli, Pavarotti, Vasco, Shumacher. Ma la storia della Piola, e quella umana di Claudio, sono inestricabilmente legate a un nome: Enzo. Enzo Tortora e Enzo Ferrari. “Tortora lo conobbi ai tempi dell’università. Da ragazzo ero il capo degli studenti, facevo spettacolini per fare qualche soldo, seppi che lui veniva a Modena, gli scrissi in albergo dicendo che ero uno studente, che avevo bisogno di una dragata per farmi rieleggere. ‘Se lei oggi viene a trovarmi al teatrino Cavour sarò rieletto’ gli scrissi. Lui venne davvero, di fronte allo stupore di tutti”. Quell’incontro fugace divenne un’amicizia speciale.

“Lo accompagnavo anche nei congressi dei Radicali. Quando lo arrestarono gli scrissi subito in carcere: ‘Non può aver fatto una cosa del genere’. Seguii per Radio Radicale tutta la vicenda”. Sulla Domenica del Corriere un giorno Cino scrisse che solo tre persone avevano creduto in lui sin dall’inizio: Enzo Biagi, Nilla Pizzi e Claudio, “il mio amico oste”.

Appesi la sua foto nella Piola, e ad ogni cliente che arrivava spiegavo che era innocente. Appena uscì mi venne a trovare, sempre scortato da un’auto della Polizia. Per due anni dopo la sua morte ebbi il telefono sotto controllo. Ci vedemmo l’ultima volta qui, mangiava pochissimo, stava male. ‘Non so se ci vedremo ancora Claudio, mi disse, ma ti voglio rivelare la frase con cui inizierò il mio programma quando tornerò in tv: ‘Dove eravamo rimasti‘”. Andò proprio così.

La straordinaria amicizia con Ferrari e i suoi “tortelli dell’ingegnere”


L’altro Enzo era Ferrari. C’è ancora il suo tavolo, sempre quello, e c’è sempre la ricetta dei “tortelli dell’ingegnere”. “Lui aveva il colesterolo alto” ci confida Claudio, “e allora apposta per lui mia zia aveva rispolverato una vecchia ricetta poverissima senza carne, i tortellini della Misericordia, un controsenso eppure presente”.

Non c’è neanche un uovo, ma solo la crosta del pane: la mollica va dentro come ripieno e la crosta mischiata alla farina fa da semolino e dà anche un po’ di colore alla pasta così, dicevano, “i vicini di casa vedevano che non eri così tanto morto di fame da non avere due uova in più”.

A Natale e Pasqua i tortellini non potevano mai mancare, soprattutto per i bambini. Erano democratici, senza distinzione di classe. Si andava a rubare pur di averli. Ma se proprio non si poteva, le nonne tiravano fuori questa ricetta fatta con scarti: pane grattugiato, il verde del cipollotto, che i fruttivendoli buttano via, e il tosone, lo scarto dei primi 10/15 giorni della forma del Parmigiano Reggiano che una volta i caseifici regalavano quando i bambini portavamo il latte alla cascina: non è più latte ma non è ancora formaggio, “una cosa gommosa che a noi piaceva da morire”. Uno scarto che oggi costa più del Parmigiano stesso.

Claudio fu legato a Ferrari da una grandissima amicizia, che ancora oggi omaggia ogni anno con uno scritto. “Mi prendeva in giro, e mi ha sempre voluto un bene dell’anima. Io abitavo al 7 e lui al 9, tutti e due avevamo finestre ad angolo, una di fronte all’altra, con solo una strada in mezzo. Sotto di me c’era un bar che lasciava sempre le sedie fuori, di notte con la nostra banda ci fermavano anche fino alle quattro del mattino a chiacchierare. Di donne e motori, ma ci perdevamo anche tra scherzi e battute”.

La banda, l’ateismo e il futuro di un mondo che non c’è più


Gli amici erano Il Ghiso, suo compare d’infanzia, Nello detto al Duca, perché vestiva benissimo, e Claudio appunto, detto Busti, perché portava un bustino 75 che l’ingegnere odiava perché diceva che sembrava una pignatta di fagioli che bolliva. “Però da me accettava scherzi. Se lo colpivi era molto permaloso, potevi aver chiuso con lui, invece io gliene facevo di così grandi e lui non si arrabbiava mai. Complice forse il fatto di aver conosciuto bene Dino”, l’adorato figlio scomparso a soli 24 anni per una distrofia muscolare.

Claudio ricorda con nostalgia di quando lui e gli altri amici provarono a convincerlo di far correre Patrese per la Ferrari, che allora invece era stato ingaggiato dalla Arrows-Ragno. Ma l’ingegnere non ne volle sapere. E della sua abitudine quotidiana di andare a trovare al cimitero prima il figlio e poi la moglie: “Il guardiano gli apriva mezzora prima, lui stava un quarto d’ora da uno e un quarto d’ora dall’altra”.

Alla Piola al suo tavolo si potevano sedere pochissimi eletti: tra questi, Luca Goldoni, Pietro Barilla e Enzo Biagi. Una sera l’ingegnere disse: “Io non credo in Dio, non sono ateo, sono massone, secolarista e miscredente, non credo a niente, son tutte palle”. E l’altro Enzo, Biagi, ribatté: “Ma ingegnere, scusi. Lei tutti i giorni va a trovare suo figlio e sua moglie al camposanto, quindi significa che in qualcosa crede”. E lui: “Vede professore dove casca l’asino – e gli mise una mano sul braccio in tono scherzoso –, io vado lì perché è l’unico posto dove ci sono i resti mortali delle persone che ho amato, che non sono volate in cielo, ma sono lì, dove li hanno lasciati”.

Ricordi, sapori, odori, tracce di storia di vita scolpite nei muri e nei tavoli di un mondo difficile e meraviglioso che ora però, purtroppo, rischia di sparire: “Non ho figli né nessuno a cui lasciare tutto questo” si lascia andare Claudio con la voce un po’ strozzata. “Ho messo in vendita tutto”. Ci auguriamo, col cuore, che qualcuno raccolga il testimone di questo pezzo di Modena, e di Emilia.

Miriam Carraretto

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Enzo Ferrari: talento e perseveranza di un mito

“Date a un bambino un foglio di carta, dei colori e chiedetegli di disegnare un’automobile, sicuramente la farà rossa”. Enzo Ferrari ha ragione, l’auto per antonomasia è rossa perché l’auto per eccellenza è la Ferrari.

La protagonista di Cars è rossa, l’album “Travelling without moving” dei Jamirquai è dedicato alla rossa e tra i caduti al fascino del cavallino rampante possiamo citare Steve McQueen, Clint Eastwood, Miles Davis… In effetti, potendosela permettere, chi non ne desidererebbe una?

Poi c’è la Ferrari 250 GTO che, grazie alla sentenza di un tribunale, smette di essere automobile e diventa opera d’arte. Sì, come La Gioconda, il David di Michelangelo e la Divina Commedia e non è che uno dei capolavori in 70 anni di produzione.

 

 

Le umili origini e il sogno di diventare Enzo Ferrari

Come diceva Sergio Marchionne “pensare che Enzo Ferrari sia nato nellOttocento pare incredibile” così come la storia dell’uomo che di umano ebbe solo le tragedie. Segnato nel 1916 dalla perdita del padre e del fratello, si trasferisce a Torino sperando di essere assunto alla FIAT, ottenendo un cortese diniego. Solo, povero e infreddolito, incontra Laura Garello che diventerà sua moglie e sarà proprio lei a suggerire il nome della prima auto “Ferrari, come ha fatto Bugatti con la sua“. Con lei avrà un figlio, Dino, che morirà giovane come molti dei suoi piloti.

“La mia adolescenza ha conosciuto tre passioni dominanti: tenore d’operetta, giornalista sportivo, corridore d’automobile. Il primo sfumò per mancanza di voce, il secondo resistette, ma in forma velleitaria; il terzo ebbe il suo corso, la sua evoluzione. É sempre bene avere dei sogni di riserva”. Ma se era molto povero, dove trovò il denaro per gareggiare? Visitando il suo Museo di Modena scopriamo che “Questa casa è stata venduta da Enzo Ferrari quando aveva vent’anni per comperare la prima macchina da corsa: l’inizio del Mito”. Un predestinato quindi, un ragazzo d’officina che si divertiva a collaudare telai, appassionato di corse più di ogni altra cosa, “aveva sognato di diventare Enzo Ferrari e lo è diventato“.

Quando Ferrari iniziò a correre, l’automobilismo era roba da temerari, alla seconda corsa si cimentò nella Targa Florio del 1919 ma l’avventura cominciò subito male: la mattina della partenza rimase bloccato in ascensore e arrivò al traguardo quando il pubblico e i cronometristi erano già andati via. Se per lui “fortuna e sfortuna non esistono” da quel momento eviterà ascensore, aereo e treno.

Nel 1920 comincia a correre con l’Alfa Romeo che all’epoca era un club per non professionisti. In pochi anni trova la stabilità economica e vince la prima edizione del Gran Premio del Circuito del Savio. Fu in quell’occasione che la madre di Francesco Baracca gli consegnò il simbolo che l’aviatore portava sulla carlinga, un cavallino rampante, e gli disse: «Ferrari, metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo. Le porterà fortuna».

 

 

Le scuderie Ferrari, la ricerca della perfezione e l’amore per la cucina

A partire dal 1932, questo simbolo con lo sfondo giallo in onore di Modena, la sua città natale, splende sul rosso delle vetture della Scuderia Ferrari ma la prima vittoria arriverà a Silverstone nel 1951 battendo proprio l’Alfa Romeo.

Ferrari uomo e Ferrari auto crescono, uniti da velocità, innovazione e vittorie, sempre alla ricerca della perfezione. Un lavoro quotidiano con i migliori professionisti del settore, tutti accomunati da una grande passione per il mestiere. Sì perché durante un Gran Premio successe che i meccanici erano in ritardo e invece di andare al ristorante decisero di recuperare un pentolone, far bollire l’acqua con la fiamma ossidrica e cucinare spaghetti al pomodoro. Al ritorno dalla gara, Enzo Ferrari si accorse subito della nota spese sensibilmente più bassa. Compiaciuto della trovata, istituì il motor home, il regno dei cuochi su ruote, dove il celebre Luigi Montanini, detto Pasticcino, cucinò per tutti negli anni. Oggi è il patron dell’omonimo ristorante a Castelnuovo Rangone.

Se il carattere di Enzo Ferrari non era tipicamente modenese, lo erano i suoi gusti a tavola. Quando era a Maranello si fermava a prendere un caffè al ristorante Cavallino e a decidere il menù del giorno con il gestore. In un ipotetico Gran Tour dei locali preferiti c’erano poi: Oreste a Modena, fino a quando il ristoratore non si dimenticò di togliere dalla giacca la spilla della Maserati, Fini, dove portò lo Scià di Persia, Rossellini e Ingrid Bergman, l’Aurora di Tortona dove iniziò la collaborazione con Pininfarina, La Piola che per lui reinventò “i tortellini della misericordia” senza carne, e poi la pizza allo Smeraldo di Lello perché quando era entrato la prima volta gli aveva riservato l’intero locale solo per lui.

 

 

Il genio riservato, competitivo e instancabile

Enzo Ferrari “non era un emiliano buontempone, era un uomo che viveva con se stesso e che si faceva ragionevole compagnia“, “per lui esistevano solo il rumore delle sue macchine e il silenzio delle sue riflessioni”. Sempre nascosto dietro a un paio di occhiali da sole, era una questione di stile, sì, ma anche un filtro… “Metto le lenti scure perché non voglio dare agli altri la sensazione di come sono fatto dentro“. Per tutti diventa il Cavaliere, il Commendatore, l’Ingegnere, il Mago, il Patriarca, il Grande Vecchio, Penna Bianca, l’Omone o “Il Drake“, quest’ultimo riferito al corsaro Francis Drake e coniato dagli avversari inglesi in un mix di accusa e ammirazione per la capacità di perseguire risultati sportivi molto superiori alla sua piccola azienda e per la gestione “dittatoriale” del team. A volte la sua impazienza alle prove era tale da non riuscire ad aspettare la fine ma già a metà giro voleva sapere se la prestazione fosse migliorata e poi era talmente competitivo che, quando le Ferrari arrivavano prima e seconda, si dispiaceva non ce ne fosse una terza a completare il podio.

“Io credo che le fabbriche siano fatte di macchine, di muri e di uomini. La Ferrari è fatta prima di tutto di uomini” era solito ribadire. Il Drake si è dimostrato in più occasioni estremamente premuroso nell’aiutare i dipendenti e i loro cari sostenendo personalmente le cure mediche troppo onerose. Era un padre padrone: padre per come rispondeva alle esigenze di tutti, padrone perché molto geloso dell’azienda al punto da far erigere una fonderia all’interno della fabbrica così che nessun progetto dovesse uscire dal perimetro aziendale. La sua festa dei 90 anni non poteva che essere nello stabilimento con i 1800 dipendenti ed è stata l’unica volta in cui si sia fermata la produzione.

Nel giugno del 1988, sentendosi agli sgoccioli della sua avventura terrena che finirà un paio di mesi dopo, chiamò il suo fornitore di Lambrusco ordinando le bottiglie per tutte le persone che erano solite riceverle a Natale così che anche quell’anno potessero beneficiare del consueto dono. Chissà la sorpresa nel ricevere un regalo così e pensare a quando diceva “sono tranquillo, anche se non sereno, anche se così terribilmente imperfetto. Non mi sono mai pentito. Rammaricato, spesso, pentito mai, perché ripeterei le stesse azioni, comportandomi però in modo completamente diverso. Nella mia vita ho fatto quello che mi faceva piacere, non ho credito con nessuno. Mi sono limitato a fare quello che ho fatto, ma forse nell’altro Pianeta avrò più successo”.

 

 

Un’eredità per l’umanità intera

Per fortuna ci ha lasciato una splendida raccolta di quelle auto rosse che ci fanno sempre girare quando passano, una collezione unica in mostra al Museo Ferrari di Maranello, a un passo dallo stabilimento e dal circuito di Fiorano. Qui sono esposte le vetture stradali più leggendarie e le Hypercars, ovvero i capolavori che hanno stravolto gli standard tecnologici e prestazionali diventando pietre miliari nella storia delle quattro ruote.

La sensazione entrando nella Sala delle Vittorie è inesplicabile: uno spazio concepito per le purosangue che hanno trionfato nella massima competizione e tutti i trofei conquistati in oltre 70 anni di gare. Un gigantesco altare alla perfezione dove “correre era ciò che contava davvero, una grande mania alla quale bisogna sacrificare tutto, senza reticenze, senza esitazioni” pur di vincere. La Nasa, l’agenzia spaziale degli Stati Uniti, ha collaborato più volte con Maranello alla ricerca di materiali applicabili alle astronavi ed è in sviluppo il progetto dei propulsori che entro 20 anni dovrebbero portare il primo uomo su Marte. “Spesso mi chiedono quale sia stata la vittoria più importante di un’autovettura della mia fabbrica e io rispondo sempre così: la vittoria più importante sarà la prossima“.

Andrea Caviglia

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Il miglior street food a Modena, Bologna, Parma e Reggio Emilia

In Emilia l’offerta dello street food è davvero enorme. Soprattutto negli ultimi anni, con l’avvento anche di una massiccia ondata di nuovo turismo, sono stati aperti molti locali nella che propongono pasti veloci per soddisfare la necessità di qualcosa “al volo” da mangiare.
Andiamo insieme a scoprire, nello specifico nelle città di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma, gli indirizzi da appuntarsi per uno street-food sfizioso e di qualità!

 

BOLOGNA

Il “re” tortellino è sicuramente il piatto più famoso della cucina bolognese. Ne potete trovare delle simpatiche porzioni da asporto da assaporare girando la città e ammirando le due bellezze da Tortellino (via Cesare Battisti 17/a).
Vi piacciono le polpette? Da Bolpetta ne troverete di qualsiasi tipo, di carne, di pesce e veg!
Le tigelle sono uno di quei cibi emiliani davvero amatissimi. Ne troverete addirittura un menù dedicato con tantissime offerte di ripieni diversi e sfiziosi da  Zerocinquantino (via Pescherie Vecchie 3/e)! Tra le proposte quelle con vari salumi e formaggi della tradizione, ma anche con verdure e salsine particolari… viene proprio voglia di provarle tutte!
Se invece la vostra voglia è di una pizza al taglio di qualità, gli indirizzi top a Bologna sono: Forno Brisa (via Galliera, 34/d), Pizzartist (via Marsala, 35/a), ‘O Fiore Mio (Piazza Malpighi, 8), Mozzabella (via del Pratello, 65) e la pizza al taglio di Altro? (c/o Mercato delle Erbe, via Ugo Bassi).

 

MODENA

Vi piacciono i panini gourmet? A Modena ci sono degli indirizzi validissimi. Una vera e propria istituzione per questo speciale street-food è lo storico “Bar Schiavoni”, locale che si trova a fianco al Mercato Albinelli. Il successo di questo bar inizia nel 1970, rivoluzionando il concetto di spuntino: ogni giorno vengono offerti 5 tipi di sfiziosi panini gourmet la cui farcitura viene riportata sulla lavagnetta all’ingresso. Attenzione… il Bar Schiavoni crea dipendenza!!!
Altro indirizzo per un panino top è “Da Panino”(Rua Freda, 21), locale gestito da Giuseppe Palmieri, sommelier dell’Osteria Francescana di Massimo Bottura. Vi sembrerà di essere dentro ad un negozio di alimentari di una volta, con prodotti di qualità locali e selezionatissimi.
Anche a Modena non poteva mancare il tortellino in versione street… rigorosamente fatti con la ricetta della mamma troverete ottimi tortellini (anche in brodo) take-away da “La Boutique del Tortellino” (via Scarpa, 9).
Qui si chiama crescentina ma corrisponde alla tigella bolognese… per mangiare un’ottima “crescentina” della tradizione modenese “L’Or-ma Crescenterie Gallucci” (via Gallucci, 25) è l’indirizzo che fa al caso vostro… L’imbarazzo ora è solo con cosa riempirle!

 

PARMA

Per un panino DOC l’indirizzo numero uno a Parma è quello di “Pepèn” (Borgo S.Ambrogio,2), una panineria storica che si trova in pieno centro fin dagli anni’50 e che soddisferà qualsiasi palato! Ci sono molte specialità, ma da provare assolutamente sono le prelibatezze come la “Carciofa”, lo “Spaccabal” e i panini con pesto di cavallo. Sempre affollato e pieno di vita… un locale imperdibile!
Altro indirizzo per panini gourmet, tra tradizione ed innovazione, è “Tra L’Uss e L’Asa” (Borgo San Biagio 6/e); qui troverete tutti ingredienti di qualità del territorio dove gli ottimi salumi la fanno da padrone! Da provare anche le polpette… ottime!
Se volete provare delle focacce davvero uniche dovete andare da “Frank Focaccia” (Borgo San Lorenzo,19)! Lasciatevi consigliare dai simpatici gestori che vi indicheranno, in base alla stagione, sfiziosi abbinamenti per riempire le vostre focacce ;).
Se avete voglia di pasta ripiena “Tortellinicup” (Piazzale Carlo Alberto della Chiesa, 11) è il posto ideale dove poter mangiare qualcosa di sano e fatto al momento in zona stazione; buonissimi piatti della tradizione in versione “giovane”. Da provare!

 

REGGIO EMILIA

Per chi ama la carne di maiale le “Terme del Colesterolo” (via Broletto 2/g) sono il luogo di “villeggiatura” perfetto! Questo locale storico propone panini con porchetta e salumi con sfiziose salse create da loro, con abbinamenti davvero unici al palato. Menzione d’onore al pane utilizzato… croccante e morbido all’interno, dalla consistenza e gusto unico! Qui troverete anche dell’ottimo erbazzone J
Se entrate nel “Panificio Melli” (Piazza San Prospero 5/h), storica attività che si affaccia sulla bella piazza principale di Reggio Emilia, avrete l’imbarazzo della scelta per qualche specialità di street-food tradizionale di qualità! Qui sono da ordinare gnocco fritto ed erbazzone senza ombra di dubbio… ma sarete tentati anche da panini riempiti al momento con prodotti locali!
Per una pizza al volo un’istituzione da sempre in città è “La Piola” (via Mario Calderini,5): questa piccolissima pizzeria da asporto esiste da sempre. Qui la pizza viene servita piegata in due e in due soli gusti: Margherita o con le acciughe. Attenzione che vi verrà servita caldissima… ma che bontà!

(Valeria Moschetwww.mylovelybologna.com)

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