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Il Piemonte, tra Barolo e Barbaresco - Non Solo Buono
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Il Piemonte, tra Barolo e Barbaresco

Quando si parla di Piemonte, ci si riferisce quasi esclusivamente alla terra benedetta di Langa e quando si evoca questo angolo di paradiso enoico non si può prescindere dai due regnanti incontrastati, Barolo e Barbaresco, e dal vitigno da cui nascono, Sua Maestà il Nebbiolo.

In realtà, il Piemonte è fra le aree più sfaccettate dal punto di vista enologico, e non si limita alla Langa, così come le denominazioni legate al Nebbiolo sono molteplici, variegate e diversificate tanto da comporre un caleidoscopio di innumerevoli e peculiari  caratteristiche. A Nord, nel Novarese e Vercellese, il Nebbiolo viene  denominato “Spanna” e i vini che ne derivano hanno denominazioni che si perdono nei meandri della storia enologica italiana: Boca, Sizzano, Ghemme, Gattinara, Fara, Lessona e  Bramaterra. In Langa le denominazioni Barolo e Barbaresco, fino ai confini della Valle D’Aosta con il Carema, e non solo. Si produce Nebbiolo anche nel Roero e in zone limitrofe.

Ma Piemonte non è solo Nebbiolo, anche se i vini derivati da questa uva formidabile sono i veri protagonisti. Le denominazioni riconosciute e codificate sono addirittura 42, molte delle quali fanno sfoggio di piacevole complemento alla tavola non solo nell’area piemontese, ma riconosciuti qualitativamente in tutto il mondo: dalle arcinote Barbera, Dolcetto, Freisa, Grignolino, Moscato d’Asti, Timorasso, Cortese di Gavi, fino ai meno conosciuti, inconsueti ma affascinanti Pelaverga di Verduno, Erbaluce, Rubino di Cantavenna, Loazzolo, Gabiano, Albugnano e tanti altri, così da comporre una tavolozza enologica d’autore apprezzata da tutti i palati esigenti.

 

Barbaresco

Sono quattro le locazioni patria di questo straordinario vino: Neive, Barbaresco, Treiso e San Rocco, tutti in provincia di Cuneo. L’uva è il Nebbiolo, nelle sottovarietà Lampia, Rosé e Michet. Talmente è variabile il sottosuolo anche in comuni contigui, che la caratterizzazione a seconda del territorio è sorprendente. Il Barbaresco unisce eleganza a potenza, spirito contadino a nobiltà acquisita. Vino dalla capacità di invecchiamento sorprendente, con gli anni riesce a trasfigurarsi fino ad assumere sembianze di straordinaria complessità. In tutte le sue fasi evolutive riesce, come in un ciclo vitale, a mutare la sua destinazione d’uso, anche se è opinione comune che un vino sia grande quando è grande in tutte le fasi della sua evoluzione.

 

Barolo

Partiamo dal luogo comune che è il vino “austero” per eccellenza, matrimonio d’amore con tutto quanto è cucina di struttura importante, dai grandi brasati alla selvaggina o i formaggi stagionati. Un tempo destinato alle classi abbienti locali se non addirittura alla classe regnante. Per questo l’oleografia e la storia lo rappresenta di fianco ai potentati di ogni epoca, fino ad acquisire nomea di “Re dei vini e vino dei re” .
Anch’esso figlio dell’uva Nebbiolo delle stesse varietà del Barbaresco, lo accomuna una capacità di invecchiamento assolutamente unica nel suo genere. Sono state bevute bottiglie centenarie in forma smagliante, con quadri olfattivi e gustativi inimmaginabili. In realtà il Barolo è vino di straordinarie doti organolettiche, per complessità e stratificazione sensoriale, così come  di incredibile caratterizzazione, soprattutto legata ad un sottosuolo geologicamente di sorprendente variabilità come quello di Langa. Si passa dall’eleganza e suadenza delle zone “fresche”, come nei comuni di Castiglione Falletto e La Morra, fino all’austera potenza dei comuni di Serralunga D’Alba e Monforte.
Il caleidoscopio di profumi che emana un grande Barolo, così come il vigore di beva, è epico e irriproducibile, lasciando una scia emozionale difficilmente riscontrabile in qualsiasi altro vino mondiale.

(Marco Manzoli, comunicatore del vino)

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