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Claudio Di Bernardo: un nuovo amore ad ogni piatto - Non Solo Buono
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Claudio Di Bernardo: un nuovo amore ad ogni piatto

Chef Executive e Responsabile Food & Beverage del ristorante La Dolce Vita del Grand Hotel di Rimini, Claudio Di Bernardo ritorna alle origini di una passione che lo accompagna ogni giorno. 

Da un suggestivo borgo collinare pescarese, Città Sant’Angelo, da cui scorgeva il mare, ad una delle strutture ricettive più famose del mondo, il prestigioso Grand Hotel di Rimini. Claudio Di Bernardo, Chef Executive e Responsabile Food & Beverage del ristorante La Dolce Vita, ripercorre una storia di piccoli gesti e di un grande amore per la cucina, le materie prime e le tradizioni regionali.

Quando Di Bernardo ha deciso che sarebbe diventato Chef?

Avevo circa 8 anni e vivevamo in campagna. I miei genitori partivano per fare le stagioni. Io e la mia sorellina restavamo coi nonni e visto che spesso anche la nonna era impegnata, col nonno preparavamo pranzo e cena. C’era una sorta di sacralità in quei piccoli gesti quotidiani, come tagliare i pomodori o sbucciare le patate. Quelle atmosfere di casa mi sono rimaste dentro e ancora oggi ogni volta che mi accingo a cucinare, per un cliente come per la famiglia, si rinnova quella passione che da allora non mi ha mai abbandonato.

Coincidenze e circostanze che hanno il sapore di altri tempi

Proprio così. Ci si arrangiava, raccogliendo dall’orto quello che serviva. La naturalità dei prodotti, la delicatezza della cottura, il sapore delle cose buone, trasformate ma non stravolte: tutto questo mi ha accompagnato nel mio percorso, con un profondo rispetto per le materie prime, i colori, gli aromi, le consistenze.

In Emilia-Romagna l’incontro con la sfoglia

C’è un filo conduttore che è la cucina regionale. Credo infatti che non esista una cucina italiana, ma numerose tradizioni locali che fanno del nostro Paese un qualcosa di unico al mondo. Dalla pasta fatta in casa dell’Abruzzo ho trovato la sfoglia così tipica della regione in cui ora risiedo e ho avuto come la percezione che per quanto si elevasse e si nobilitasse un’arte antica, non venisse perso il legame con un’abilità trasmessa di generazione in generazione, davanti al focolare domestico.

Una cultura antica da preservare e da lasciare in eredità

Certo, anche se purtroppo la spettacolarizzazione della cucina e alcune estremizzazioni tanto declamate stanno portando i giovani a guardare con maggiore interesse mode, tendenze ed un approccio quasi scientifico alla cucina. Una grande evoluzione, anche positiva, certamente, ma che deve poggiare sulle solide basi di una tradizione secolare, dove la materia prima si miscela per dare vita ad un qualcosa di magico e speciale, senza eccessivi sconvolgimenti e senza perdere il contatto con la naturalità dei componenti. Ricerca e innovazione non devono far perdere il senso e il gusto delle origini. Un piatto non deve stravolgere ciò che contiene, ma raccontarlo.

Una cucina grande proprio per la sua semplicità, insomma

In un certo senso sì. Io condivido le idee di un grande maestro come Gualtiero Marchesi. Ricordo i suoi approcci ad una nouvelle cuisine italiana che si basava sul rispetto delle materie prime. Oggi si rischia di perdere il senso della realtà, mentre credo che un cliente debba comprendere cosa sta assaporando, sognare e immaginare mentre degusta un piatto frutto di una terra capace di regalarci un numero di tipicità e di declinazioni che non ha eguali in nessuna parte del mondo.

La frase “Non solo buono” cosa evoca in Claudio Di Bernardo?

Penso a qualcosa che sia anche bello, accattivante, con una forma, una sostanza, non soltanto buono, appunto, ma che in realtà abbia in sé e sia in grado di offrire molto di più.

(Matteo Barboni)

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